Ultima modifica: 24 Febbraio 2018
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Riflessioni sul progetto “Treno della memoria 2018”

Torno ad  Auschwitz …  per accompagnare i nostri ragazzi : Sara, Giorgia, Davide, Ludovica, Madalina, Silvia e Giorgia,  in un  viaggio  di esperienza  e di  conoscenza  dei luoghi in cui la morte era compagna di strada, dove  è stato ucciso l’UOMO, Dio, la dignità, la  pietà ; dove si è sperimentato il totale  abbrutimento  dell’essere umano.          Trasmettere   l’orrore ! …  le parole non sono sufficienti ad esprimere quanto  l’umanità è stata oltraggiata, ferita, umiliata, annientata.

La mattina  della nostra  visita ci sveglia un cielo plumbeo e una pioggia insistente ci accompagna per  tutto il tempo della nostra visita  a Birkenau.   Protetti dagli ombrelli  e  coperti dalle nostre giacche imbottite, l’umidità  penetra nelle ossa  e  la mente  torna  agli appelli volutamente prolungati, soprattutto quando il tempo era inclemente,  motivati solo da  sadica crudeltà.

Ancora una volta entro nel campo e  avanzo lungo  i binari che portavano alla morte.   Lo visitiamo mentre la guida ci descrive la divisione degli spazi e gli strumenti di questa fabbrica della morte.  Cerco il luogo della morte di Edith Stein  e la guida me lo indica ;  vorrei avvicinarmi, sfiorare la lapide che lo ricorda,  ma non è possibile!

Seduta  sui binari la mente si raccoglie in una preghiera , per soffocare  il  grido che nasce dal cuore …PERCHE’ ?…  perché sia stato possibile tanto male, perché sia stato possibile  eliminare dall’uomo ogni germe di umanità e di pietà.   Sentimenti   si alternano : rabbia, impotenza , compassione e vorresti allargare il cuore in un abbraccio di ogni cuore, asciugare le lacrime di quanti  le hanno  versate,  eliminare la lacerazione per ogni affetto strappato alla vita come  se  tale abbraccio  potesse   lenire tutte le loro sofferenze     e  fosse  in  grado di   cancellare ogni cosa.          Restituiamo  loro  la dignità del nome e della  identità;  il loro essere uomini, donne,  bambini  pieni di speranza, di gioia, di vita, di futuro   e   ripercorro  il binario verso l’uscita, riattraverso il cancello ma …  Il  cuore resta ancora lì, non vuole  lasciare quell’umanità sofferente,  non vuole  lasciarli ancora una volta soli!

Tornano alla mente le  parole di Armin T. Wegner , testimone del genocidio degli armeni  che in una lettera  a sua madre  così scrive: “ Mai come in questi giorni ho sentito vicino a me distinto il frusciare della morte, il suo silenzio, il suo freddo sorriso, e spesso mi chiedo: posso io ancora vivere?  Ho ancora il diritto di respirare, di fare progetti per anni futuri così fantasticamente irreali, quando attorno a me c’è un abisso di occhi di morti? “

Mi auguro che i nostri ragazzi da questa  esperienza  possano trovare spunto per interrogarsi  sul senso della loro vita e di ogni vita, che possa  nascere in loro il desiderio  ed  il coraggio di costruire  uomini e donne liberi,  che diventino cercatori di  giustizia e verità e che arrivi un’alba in cui non si possano  ripetere ancora una  volta le parole che lo scrittore sacro pone sulle labbra di Dio  “ ADAMO DOVE SEI ? “ , un’alba in cui l’umanità sofferente  non  venga  annientata di fronte all’indifferenza  generale.

prof.ssa Carmela D’Apollo

Riflessioni di due studentesse

“Fa del libro di storia il tuo più fedele compagno di viaggio, delle scelte di chi ti ha preceduto il tuo promemoria quotidiano. In queste giornate lasciati colpire dai nuovi sguardi,emozionare da nuove storie,riscaldare da nuove inaspettate braccia amiche. Fai di questo viaggio un foglio bianco su cui scrivere un’altra puntata del tuo percorso. Noi siamo orgogliosi di poterne fare parte”.  Il 27 gennaio di quest’anno abbiamo iniziato un’esperienza con queste parole che ancora oggi ci riecheggiano nell’orecchio. Non è facile scrivere, scrivere su ciò che abbiamo visto, su ciò che abbiamo provato. Non è facile.

6 giorni …6 giorni per comprendere quanto l’uomo possa spingersi oltre il limite della pazzia,quanto possa essere crudele con i suoi simili,fino a reputarle bestie su due zampe. Ma come possiamo reputare bestie delle persone esattamente come noi? Dotate di un cervello per pensare, di occhi per guardare,di braccia e mani per lavorare e di un cuore per amare?                                                                                                                                                                                  Non erano altro che persone  che avrebbero voluto vivere i nostri tempi con la loro libertà di pensiero e, invece,sono persone che hanno vissuto l’errore del genere umano ( non abbiamo sbagliato a scrivere). SONO, perché ancora oggi,fino a quando nel mondo,a tutti gli uomini non sarà riconosciuta la dignità umana, non potremmo dimenticarli.

Attraverso questa esperienza abbiamo vissuto, provato, sentito tutto ciò che i libri di storia non ci dicono … il silenzio opprimente di quei campi, che un tempo furono il terreno del caos ed oggi, risultano così pacati.

Ed adesso davanti  ai nostri occhi, mentre scriviamo, ripercorriamo tutto il nostro percorso, come un proiettore che fa scorrere le immagini interrottamente: case, scarpe, capelli, cocci e valigie, protesi, filo spinato, binari, letti, treni, fosse, vestiti, foto, spazzole, sedie, tavoli, cose che oggi potrebbero sembrare banali ma che erano tutto per chi sperava di ritornare un giorno, proprio lì da dove era partito, come quando si fa un brutto sogno e non vedi l’ora di risvegliarti.

Ma voi ci pensate a tutto ciò che è successo? A tutto ciò che succede ancora quando etichettiamo una persona come “inferiore”, come “down”, come “ebreo”? Anche se in piccolo, questo genocidio vive ancora , seppure in maniera nascosta.

La lezione che abbiamo imparato non è una cosa da niente,  è una lezione di vita e per la vita, è una lezione che ci insegna a difendere i nostri sogni, realizzandoli. Ci insegna ad inseguire sempre la speranza Essa non deve mai abbandonarci perché è proprio questa che ci rende umani, ci fa sentire liberi e vivi.

La strofa di una canzone recita: “Non mi avete fatto niente,non mi avete tolto niente”,  è un inno alla speranza di credere  ancora in un mondo migliore, alla forza di rialzarsi da ogni dramma e alla capacità di affrontare il nemico non con la guerra, ma con il perdono.

Oggi noi pensiamo che ogni persona, nel corso della sua vita debba provare almeno una volta a varcare la soglia di quel “mondo”, per capire che tutto dipende da noi e che partendo dal “piccolo” si arriva a fare “grandi cose”.

Giorgia e Silvia